Archive for the 'evoluzione culturale' Category

Dillkött (spezzatino all’aneto)

Ingredienti (per 2 persone) :

  • 1 cipolla gialla
  • sale
  • pepe bianco in grani
  • carne per spezzatino di vitello (400 grammi)
  • panna
  • 2 carote
  • alloro

Per la riduzione di aneto:

  • 1 mazzo di aneto
  • pepe in grani
  • 1/4 di litro d’acqua
  • 250 grammi di zucchero
  • 250 grammi di zucchero
  • 3 cucchiai di aceto bianco

L’invitante immagine sopra riportata rappresenta l’ultima fatica (e’ il caso di dirlo) di “cucina svedese per italiani”. Il dillkött, o spezzatino all’aneto, e’ un’altro piatto della cucina tradizionale svedese, o husmanskost, la cui preparazione, come nel caso del fiskgratäng, vi proiettera’ magicamente nel paradiso della socialdemocrazia svedese anni 60/70 (a voi la scelta). La cosa piu’ interessante di questo piatto, su cui ritornero’, e’ come sia, in una parola, dolce, molto dolce. I miei informatori, ed in particolare M.W., alla quale ho impedito di lavorare per praticamente tutta la mattina, mi cofermano che non ho sbagliato nulla e che proprio cosi’, dolce, debba essere il nostro dillkött.

Comunque, dopo avere scelto la carne che preferite (non mi addentro su questo tema, potete vedere qui per una disquisizione scientifica sulla carne migliore per lo spezzatino (detto questo io ho semplicemente preso la carne etichettata come grytbitar (da tradursi come “carne da spezzatino” (e cosi’ sono quattro parentesi da chiudere)))). Dicevo, dopo avere scelto la carne che preferite, tagliatela a cubi di 2 o 3 cm per lato e mettetela a scottare in una padella a bordo alto, o casseruola. Dopo un paio di minuti potete unire le carote e la cipolla, affettate grossolanamente. A questo punto, abassate la fiamma, unite alloro e pepe bianco in grani, ed iniziate ad aggiungere acqua. Lasciate cuocere a fuoco lento, aggiustando nel caso la quantita’ d’acqua, per il tempo necessario a seconda della carne – nel mio caso circa un’ora.

La riduzione di aneto e’ la parte interessante della ricetta. Per prepararla mettete gli ingredienti in una padella e portate a bollore, poi mescolate per 5/10 minuti. L’aceto utilizzato per questa preparazione e’ in Svezia rigorosamente Ättika, che credo sia quello che in Italia si chiama “aceto bianco” (e credo si usi normalmente per…pulire la casa). L’Ättika e’ semplicemente una soluzione di acqua e acido acetico (ma non provate a casa fidandovi di me!) che e’ piu’ forte dell’aceto di vino, ma con un sapore piu’ neutro: e quest’ultimo e’ quello che rende preferibile il suo utilizzo per la riduzione. Comunque, a fine cottura filtrate e unite la riduzione di aneto al vostro spezzatino, aggiungete panna a seconda dei gusti e lasciate cuocere per ancora qualche minuto. Il dillkött e’ pronto: servite accompagnando (ovviamente) con patate bollite insieme ai gambi dell’aneto e guarnite da un po’ di aneto fresco.

Come dicevo il risultato e’ uno spezzatino dal sapore inconsueto, in cui il gusto dolce unito a quello di aneto (vi consiglio di dare un’occhiata alla pagina di wikipedia) della riduzione hanno un piacevole, ancorche’ anomalo, sopravvento.

La riflessione del giorno riguarda la compresenza di sapori dolci e salati nella cucina svedese. Dall’onnipresente lingonsylt (la solita marmellata di mirtilli rossi) ad accompagnare carni varie, a piatti preparati con sciroppo di zucchero (come questo, o questo), la tradizione gastronomica svedese sembra abbondare, almeno se paragonata alla cucina italiana, di contaminazioni dolce/salato. La mia idea iniziale era quella di considerare quella svedese una cucina meno “conservativa”, con una piu’ spiccata tendenza ad accostamenti rischiosi dal punto di vista gustativo, probabilmente dovuti anche ad una certa scarsita’ di materie prime. La cucina italiana, invece, a causa di una tradizione piu’ lunga e codificata, oltre che di una incomparabile – davvero – ricchezza di ingredienti, tenderebbe ad essere piu’ conservativa da questo punto di vista.

Stranamente (o forse a conferma della mia avvenuta svedesizzazione, che mi porta a difendere – tra le altre cose – la cucina svedese oltre ai limiti della razionalita’) i miei informatori locali mi hanno suggerito una spiegazione praticamente opposta. Ossia, pare che la cucina medievale, quanto meno la cucina dei nobili medievali, fosse generalmente molto piu’ agrodolce di quella attuale, almeno quella italiana. Ci sono una serie di ragioni per questo, tra cui il fatto che miele o zucchero agissero da conservanti, che sapori dolci, o fortemente speziati, tendessero a coprire possibili toni vagamente rancidi di carni o pesci che certo non venivano preservati in congelatori, e infine il fatto che, per esempio, lo zucchero fosse considerato all’epoca una “spezia” rara e preziosa in molte parti dell’Europa. A proposito di questo ultimo punto, P.S. (non sta per post scriptum) mi ha fatto notare che al contrario la Svezia aveva probabilmente una fiorente (che fortuna!) produzione di barbabietole, per cui lo zucchero era forse piu’ abbondante che in altre nazioni. In conclusione, quindi, i sapori agrodolci della cucina svedese sarebbero, al contrario, una spia della sua maggiore conservativita’ e path-dependence (scusate). Detto ciò, la mia ignoranza a proposito di questi temi e’ vasta e gioisamente esibita, per cui chi dovesse avere migliori spiegazioni mi faccia sapere.

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Bearnaise-pizza

Fino a qualche anno fa andava molto di moda riflettere su quali sarebbero state le conseguenze della globalizzazione incalzante. La visione più comune – possiamo chiamare questo il modello “McDonald”, oppure il modello “Marc Augé si annoia quando viaggia” – era che il mondo globalizzato sarebbe stato un’uniforme, e informe, distesa di non-luoghi spersonalizzati, tutti uguali tra loro, quali appunto fast food o aereoporti. Il peggio della società occidentale, insomma, avrebbe finito per contagiare tutto quanto, erodendo ogni diversità culturale.

Una previsione un po’ più ottimistica (modello “Chinatown”) andava invece nella direzione opposta: la crescita di accessibilità e velocità dei mezzi di comunicazione, unita al fatto che i movimenti di merci e persone sarebbero divenuti più facili ed economici, avrebbe permesso la creazione, o il mantenimento, di comunità culturali diversificate e per la prima volta indipendenti dai vincoli geografici. In altri termini, io, immigrato in Svezia, proprio grazie alla globalizzazione posso – volendo – mantenere una forte identità culturale italiana: compro e leggo libri in italiano grazie ad amazon, incontro faccia a faccia le mie italiche conoscenze su skype e, allo stremo, con qualche corona svedese posso sgomitare per salire su un aereo ryanair e in un paio d’ore essere a sud delle Alpi. Solo vent’anni fa, dopo quasi due anni a Stoccolma, sarei già diventato biondo e alto.

Infine, secondo il modello che per l’occasione battezzo “Bearnaise-pizza”, la globalizzazione avrebbe sí portato alcuni tratti culturali a divenire universalmente diffusi, in accordo con il modello “McDonald”, ma questi sarebbero stati riadattati e modificati a seconda delle comunità in cui venivano adottati, creando nuove forme. La pizza é uno di questi tratti culturali: ormai diffusa in tutto il mondo, viene realizzata nei modi più bizzarri ed incongrui (almeno dal mio italocentrico punto di vista) e trova, nella Bearnaise-pizza, la sua compiuta realizzazione tipicamente svedese.

Quale di questi tre modelli di globalizzazione sia quello che ritenete più adeguato e quale che sia la vostra opinione sul mantenimento della diversità culturale, la Bearnaise-pizza é finalmente la prova che la globalizzazione é malvagia, bislacca, e fondamentalmente indigesta.

Comunque, insieme al solito J.L. (che ringrazio anche per le foto caravaggesche) e ad un drappello di volontari membri del CEK, mi sono recato alla pizzeria “Formaggio” [sic], scelta poiché veniva recensita come la pizzeria in città dove mangiare “la vera pizza dei sobborghi”. Infatti, è certamente possibile a Stoccolma trovare pizzerie più raffinate, dove vi servirebbero una pizza più o meno simile a quelle italiane. Ma, per una pizza davvero svedese bisogna cercare con più attenzione, a meno che non si abbia l’opinabile fortuna di vivere in provincia.

La prima cosa che caratterizza una pizzeria svedese è la pizzasallad. Si tratta di cavolo tagliato sottile e condito con olio, aceto, sale e pepe nero macinato grossolanamente, che si trova di solito in una grande insalatiera in un angolo della pizzeria. Non dovete ordinarla: se mangiate una pizza è naturale che prima vi servirete da soli, a volontà, di questa delizia. E’ curioso come gli svedesi associno pizza e pizzasallad in modo indissolubile e si stupiscano di come un italiano – che di pizza ne dovrebbe sapere – non ne abbia mai sentito parlare. La notizia che, nelle pizzerie italiane, nessuno abbia la minima idea di cosa sia la pizzasallad crea in genere sgomento che sfocia in sincero dolore. Tuttavia basta una qualche ricerca per scoprire che la pizzasallad è diffusa solo in Svezia, ha un anno di nascita – relativamente recente, il 1969 – e persino un inventore, il quasi-leggendario Giuseppe “Peppino” Sperandio, ossia l’uomo che è unanimemente riconosciuto come colui che, con la pizzeria “Piazza Opera” a Stoccolma, ha per primo diffuso la pizza in Svezia. Perchè un italiano abbia poi inventato la pizzasallad invece di friggere dei fiori di zucca sarà materiale per ulteriori ricerche di “cucina svedese per italiani”.

Superato questo scoglio è arrivato il momento della pizza tipica svedese. A volte, mi dicono, denominata Grandiosa (nel mio caso: La Favorita), comprende obbligatoriamente, oltre a pomodoro e simil-mozzarella, carne (nel mio caso: filetto di maiale marinato) e salsa bernese. Da “Formaggio” aggiungevano anche cipolla e degli sporadici funghi dall’aspetto poco rassicurante. La salsa bernese mi è stata servita a parte, e come si vede dalla foto qui sotto, ne ho purtroppo abbondantemente cosparso la mia pizza.

Non che mi aspettassi di gustare una vetta della cucina fusion (la mia previsione era qualcosa di simile al cibo di McDonald, cattivo, ma in un certo perverso senso appagante, almeno per il primo minuto), ma l’insieme – tenendo conto che la pasta della pizza era tutto sommato decente – virava verso il disgustoso. L’annacquato tazzone di caffè zuccherato che ho bevuto alla fine della cena mi è sembrato buonissimo.

J.L. ha portato alla mia attenzione un articolo che parla del lavoro di Håkan Jönsson, etnologo all’università di Lund, nel sud della Svezia. Secondo Jönsson, con la chiusura della maggior parte dei negozi e dei ristoranti locali, le pizzerie sono rimaste, nelle aree rurali e nelle piazze suburbane, l’unico luogo pubblico di ritrovo e di socializzazione. Gestite di solito, almeno così mi dicono, da immigrati dalla ex-Yugoslavia, sono divenute un’istituzione tipicamente – e genuinamente – svedese, dove ci si può fare un’immagine diversa rispetto a quella della Svezia da cartolina a cui siamo abituati (e dove potreste addirittura scambiare due chiacchere con gli altri commensali, come è successo a noi). Se vi dovesse capitare di passare da queste parti, potrebbe essere un’idea. E se vedete Marc Augé, fateglielo sapere.

Surströmming

Che dire. Aspettavo da un po’ questo momento e non ne sono rimasto deluso. E’ difficile pero’, quasi impossibile, trasmettere l’esperienza sensoriale, olfattiva soprattutto, del mio primo (e ultimo?) incontro con il Surströmming.

Ma iniziamo con delle informazioni oggettive: per preparare il Surströmming, nel nord della Svezia, le aringhe vengono pescate in primavera e poi messe, con poco sale, a fermentare in botti ermeticamente sigillate. Dopo un paio di mesi vengono trasferite in latte cilindriche, dove continua la fermentazione e in queste latte ce le ritroviamo nei negozi svedesi, messe un po’ in disparte, a partire dalla fine di agosto. Il momento del trasferimento delle aringhe parzialmente fermentate dalle botti alle latte è stato descritto da Alan Davidson, fondatore dell’ Oxford Symposium on Food and Cookery con le seguenti evocative parole:

As the smell billowed upwards, birds began to drop dead from the sky

Insomma, ci siamo capiti. La fermentazione, mi informa wikipedia, dovuta a batteri halo-anaerobici (vuol dire che amano il sale, ma non l’aria) produce principalmente biossido di carbonio (ossia anidride carbonica) e una serie di composti che sono responsabili dell’ odore pungente di questa prelibatezza: acido propionico (il responsabile, per esempio, della “puzza di piedi”), acido solfidrico (uova marce, velenoso per gli esseri umani), acido butirrico (si trova soprattutto nel burro rancido – da qui il nome – e: nel vomito) e acido acetico (la parte “cattiva” dell’odore dell’aceto).

Dopo che la moglie di J.L. ci aveva categoricamente vietato da mangiare la cosa nel loro appartamento, io ho acconsentito entusiasticamente di farlo nel mio. La prima difficoltà risiede nell’apertura della latta. Poichè la fermentazione continua all’interno di questa, può letteralmente esplodere al momento dell’apertura spruzzando tutt’intorno il disgustoso liquido. Per questo motivo va aperta in un secchio d’acqua e all’aperto.

E’ in questo momento che ho avuto il mio primo contatto con l’odore sprigionato dal Surströmming. Essendo preparato al peggio (per dirne una M.E. aveva consigliato di avvisare i vicini), ho pensato sulle prime che non fosse poi niente di che. Ora viene la parte difficile da descrivere: mi ero immaginato l’odore come un denso muro avanzante (l’onda d’urto di un’esplosione, un’invasione di cavallette) quando invece sembra, almeno all’inizio, più localizzato. La caratteristica è pero’ che è talmente disgustoso e penetrante che dopo averlo percepito la prima volta non ti abbandona più e lentamente sembra avvolgere tutto quello che ti sta attorno (e, purtroppo, dopo averlo mangiato, anche tutto quello che ti sta dentro). Dopo la cena, per esempio, oltre a lavare tutto con l’energia di una casalinga iperattiva, ho deciso di gettare il tagliere sul quale avevamo pulito le aringhe e la tovaglietta su cui avevamo mangiato.

Se si sopravvive al primo impatto con l’odore si può provare addirittura a mangiare il Surströmming preparando una sorta di “burrito”. Per farlo disporre su del tunnbröd (un pane fine svedese, simile alla nostra piadina) un po’ di patate, cipolla rossa cruda (più ce n’è meno si sente il sapore della cosa) e panna acida. Arrotolate il tutto e buona fortuna.

Un altro ostacolo risiede nel fatto che le aringhe non sono nemmeno pulite. Prima di essere messe a fermentare gli tagliano la testa e questo è tutto. Quindi, con l’odore che continua a perseguitarvi dovete maneggiarle con un minimo di destrezza e togliergli pelle, interiora, e colonna vertebrale. Bevete birra mentre lo fate. E snaps. Quanti più potete. Non saranno comunque sufficienti.

Mentre esistono cibi dall’odore fastidioso ma che poi vi premiano con il sapore (alcuni formaggi stagionati, il tartufo…) il sapore del Surströmming non ha, a mio avviso, nulla di invitante. E’, in forma un po’ ridotta (e salata), l’esatto equivalente dell’odore. Ecco per esempio la reazione dell’autore di “cucina svedese per italiani”. Prima:

E dopo:

Questa esperienza gastronomica suscita, oltre ad un certo disgusto, molte domande: come è possibile che qualcuno abbia inventato il Surströmming e, soprattutto, come è possibile che questa tradizione sia sopravvissuta? Ovviamente le regioni nel nord della Svezia non sono mai state ricche di materie prime alimentari e i tentativi di conservare una delle più abbondanti (le aringhe) hanno sicuramente creato svariate varianti culturali, più o meno di successo. A quanto pare, la fermentazione del Surströmming rappresentò una risposta a periodiche carenze di sale nelle regioni settentrionali e aveva il vantaggio (ma questa è solo un’ipotesi), rispetto all’affumicatura, di consentire una più facile trasportabilità.

Tuttavia il Surströmming continua ad essere consumato al giorno d’oggi, quando i supermercati, persino a Piteå, devono essere pieni di meravigliose pizze surgelate e zuppe pronte: qui la spiegazione deve essere ricercata in una qualche forma di social signaling (che è, dopotutto, la ragione per il quale io ho mangiato Surströmming). Mi informano dell’esistenza (poco rassicurante) di un tipo umano analogo nordico del macho latino, popolarizzato recentemente nel libro “Populärmusik från Vittula” (putroppo tradotto solo in finlandese e in meänkieli, un dialetto lappone… disponibile in italiano con il titolo “Musica rock da Vittula”, ed. Feltrinelli), che, per mostrare di non essere knapsu (effeminato), rimane per ultimo nella sauna a 110°C, esce al freddo polare poco vestito e, naturalmente, mangia Surströmming senza tradire la minima emozione. Questo spiegherebbe perchè a Stoccolma (probabilmente una delle città più metrosessuali del mondo) l’atteggiamento verso il Surströmming sia, diciamo così, abbastanza freddo.

Altri (per esempio M.E., o un’amica di E., moglie di J.L., che mi riportano affermi di ricordare piacevolmente quando, da ragazza, mangiava Surströmming nelle casette delle foreste del nord, la domenica, dopo essersi ubriacata la sera prima) (Devo conoscere questa persona. Da lontano, almeno) sostengono che il Surströmming sia un gusto “acquisito”, un po’ come il vino (anche se paragonare la santa bevanda con la cosa mi dà i brividi). Io faccio una certa fatica a crederci: non è che il Surströmming non sia buono, è semplicemente qualcosa di opposto a quello che il corpo umano sembra volere ingerire. Ma probabilmente hanno, almeno in parte, ragione anche i sostenitori di questa teoria. Non credo pero’ lo sperimenterò su di me stesso.

Mentre discutevamo di tutto ciò tenendo i piatti il più possibile vicino alla finestra, avevo deciso di assaggiare un po’ di Surströmming “puro”, facendomi filmare da J.L. Per una serie di ragioni, non ultima la quantità di snaps ingeriti, il filmato è pero’ partito quando J.L. ha schiacciato il tasto per terminarlo e ne è uscito un video di quattro secondi che mostrerò solo in privato. Ai suoni gutturali del sottoscritto si sovrappongono le risate dell’autore della ripresa che crolla a terra con un effetto macchina un po’ alla Blair Witch Project. Ho riflettuto per qualche secondo sulla possibilità di rifarlo. Ma sono knapsu.

La ricerca della Ur-polpetta

Stimolato dagli intriganti ed eruditi commenti di C.M. riguardo ad un mio post precedente sulle köttbullar, in via eccezionale questo contributo non presenta una ricetta, ma quello che può essere definito il resoconto di un’emozionante avventura intellettuale.

Cito liberamente e con qualche modifica (spero non me ne vorrà) le osservazioni estemporanee di C.M.:

Per ingredienti e raggio delle polpette-sferette, devo dire che le köttbullar trovano delle cugine gastronomiche molto strette nelle boulette berlinesi (ricetta portata nel XVII sec. da una nutrita comunità di ugonotti che ebbe a Berlino rifugio dopo essere stata cacciata dalla Francia – tracce della loro presenza si ritrovano anche nel lessico del dialetto berlinese. Sarebbe bello investigare se siano stati altri ugonotti, ma rifugiati in Svezia, a “inventare” le köttbullar) […] Potremmo inoltre ricostruire filologicamente il percorso delle varie ricette per arrivare a quello che è la Ur-ricetta polpettesca, l’archetipo primordiale che unisce probabilmente tutte le polpette europee fra di loro.

E, dopo ulteriori ricerche, conferma che:

le boulette sono state “importate” a Berlino e nella fattispecie nella Prussia di allora dagli Ugonotti, fuggiti dalla Francia di Luigi XIV che con un editto nel 1685 aveva bandito loro e altri credi protestanti. Molti emigrarono nella vicina Germania e Prussia, ma anche (e qua richiamo la tua attenzione) in inghilterra, Irlanda, Italia del nord, Danimarca e…. SVEZIA! C’è un altra corrente di pensiero (cfr. la voce “boulette” in wikipedia sito tedesco) che insinua il dubbio che le boulette siano state semplicemente portate dall’esercito napoleonico durante le campagna di Prussia, il che sposterebbe più di un secolo in avanti l’arrivo di queste simpatiche polpettine a Berlino e soprattutto taglierebbe la linea genetica con le köttbullar: ti prego di non dare credito a queste voci di bottega. Ultima supposizione: sai chi si aggirava in Europa nel XVII sec. (periodo dell’espansione delle polpettine in Europa del nord) tra Francia Olanda Germania e infine Svezia e che avrebbe potuto portare con sé la ricetta base delle boulette-köttbullar? René Descartes!!!

Insomma, nella ricostruzione di C.M., nel corso del XVII sec. gli ugonotti si sarebbero spostati in Germania e in Svezia, dove avrebbero diffuso, a partire da una Ur-polpetta francese, le boulette e le köttbullar, che si sarebbero poi sviluppate differentemente a partire da un’origine comune.

La seconda ipotesi (boulette portate in Germania dall’esercito napoleonico durante la campagna di Prussia) taglierebbe, secondo C.M., la “linea genetica” köttbullar-boulette. C.M. sembra avere in mente qualcosa del genere:

Ovverosia, a partire da una (forse più remota) Ur-polpetta, si separebbero due linee di discendenza: una che, tramite le perergrinazioni ugonotte in Europa, darebbe origine alle attuali köttbullar, ed un’altra che porterebbe le boulette a Berlino insieme al generale corso all’inizio del XIX sec. (la data 1812 non ha ovviamente grande importanza).

Tuttavia, nulla vieta di pensare che, anche nel caso in cui le boulette fossero davvero state introdotte dall’esercito napoleonico, esista un’unica linea di discendenza: questa ipotesi differirebbe dalla prima solo per un maggiore scarto temporale tra le successive speciazioni che avrebbero dato origine alle attuali köttbullar ed alle attuali boulette.

Lascio ai lettori l’eccitante compito di pensare a quali osservazioni sulle polpette contemporanee potrebbero verificare la plausibilità delle filogenesi proposte. A prescindere dai dettagli differenti le due (o tre) ricostruzioni sembrano tuttavia suggerire la stessa – inquietante – ipotesi: ancora una volta, in campo gastronomico, dovremmo riconoscere ai francesi il merito di avere inventato e poi diffuso un tratto culturale di straordinario successo, quale è la polpetta sferica.

Il ruolo, in questa vicenda, dell’autore delle Meditazioni Metafisiche rimane tutto da investigare. Sebbene non abbia finora trovato testimonianze in merito, non è del tutto implausibile pensare ad un Descartes attivamente impegnato nelle corti europee non solo come precettore, ma anche come alfiere della gastronomia francese e, in ultima analisi, di un’Europa unita dalla polpetta.


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