Archive for the 'ricette svedesi' Category



Raggmunk (pancake di patate)

Ingredienti (per 2 porzioni, circa 4 pancakes):

  • patate (400 grammi)
  • farina (45 grammi)
  • latte (1.5 dl.)
  • 1 uovo
  • sale
  • burro
  • bacon
  • lingonsylt (marmellata di mirtilli rossi)
  • uno

    Il primo giorno della mia prima visita ufficiale a Stoccolma, i miei colleghi decisero – ora mi è chiaro che fosse in mio onore, ma al momento non ero ancora in grado di leggere i sottili segnali con cui gli svedesi rendono manifeste le loro intenzioni in campo sociale – per un pranzo diverso dall’ordinario universitario (per chi fosse interessato: qui). Anche se vista la temperatura attuale mi sembra strano persino scriverlo, seduti ad un tavolo all’aperto discorrevamo – come spesso accade quando ci si incontra per le prime volte tra stranieri e non si sa bene che dire – di stereotipi nazionali. Doveva essere intorno alla fine di agosto.

    I miei commensali, per esempio, mi resero partecipe dell’esistenza di un gradiente scandinavo est/ovest corrispondente alle categorie junghiane di introversione ed estroversione. In altre parole, i norvegesi sarebbero dei simpatici mattacchioni, seppur tendenzialmente disorganizzati e rumorosi, al contrario del loro antipodici finlandesi, tristi figuri solitari, con un evidente debole per la bottiglia. Gli svedesi, manco a dirlo, sarebbero l’ottimale combinazione delle due tipologie, seri quanto un finalndese, ma briosi come ad Oslo. Io fui costretto ad ammettere che dalle mie parti non facevamo troppe distinzioni e cercai di spiegare, nel modo piu’ gentile possibile, che, superata a nord la Germania, c’era solo un vago paesaggio di campeggiatori, saune, donne bionde bramose di uomini baffuti, e, al massimo, IKEA (tra l’altro, mi pare, e noto questo con – disinteressato – rammarico – l’attrazione donna bionda / uomo baffuto mi sembra decisamente fuori moda. Ma forse lavoro troppo. O forse sono sfortunato).

    Perche’ questo lungo preambolo? Come avrete immaginato stavamo mangiando Raggmunk, e come avrete immaginato non trovo molto da dire su un pancake di patate accompagnato da fette di bacon. La ricetta mi pare autoevidente: grattugiare le patate e mescolarle con gli altri ingredienti (latte, uova, farina e sale) e friggere il tutto in una padella in cui avrete fatto scaldare del burro. Accompagnare con delle fette di bacon croccante e con la solita lingonsylt (la regola, dopo un po’, l’ho imparata: dove c’e’ maiale, c’e’ anche, sempre, lingonsylt).

    Che dire? “Swedish Culinary Classics. Recipes with history and originality” mi dissuade dal preparare un Raggmunk con patate novelle, che non conterrebbero amido a sufficienza per tenere insieme il pancake. D’altra parte, nota, con un tono che mi immagino sarcastico, che il Raggmunk e’ un piatto tipicamente invernale, quindi non c’e’ questo rischio. Chi mai mangerebbe un Raggmunk a giungo? Eh gia’.

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    Röding med romsås

    Ingredienti:

  • un salmerino alpino (Salverinus Alpinus)
  • un limone
  • aglio
  • aneto
  • sale
  • pepe
  • olio
  • per la salsa:

  • panna acida (200 gr.)
  • caviale rosso (100 gr.)
  • aneto
  • una cipolla rossa piccola
  • uno

    La foto di sopra – come spesso accade da questi parti – non rende giustizia alcuna all’inaspettata e sorprendente, almeno per me, scoperta del röding (Salverinus Alpinus: in italiano, pare, salmerino alpino, o artico). L’animale è entrato nella mia cucina grazie al solito J.L., che, invitato per una cena a base di polenta, lenticchie e cotechino (già: non mangio solo marmellata di mirtilli) si è presentato, invece che con la consueta bottiglia di vino, con un misterioso involucro di carta marrone che scoprii contenere pesce fresco.

    Io, ammetto e qui chiedo pubblicamente indulgenza, al momento avrei preferito la bottiglia di vino, che mi immaginavo il pesce in questione fosse un nuovo membro della famiglia Clupeidae, che come gli ormai ben noti cugini spratti e aringhe sarebbe sì finito in “Cucina svedese per italiani”, ma solo dopo essere stato fritto nel burro o marinato per sei mesi nel mio inadatto appartamento. Tuttavia, il sincero entusiasmo di J.L., esemplificato da racconti, probabilmente apocrifi, di rödingen pescati, abbrustoliti, e direttamente mangiati in riva ai laghi del nord della Svezia, unito a qualche frettolosa ricerca su wikipedia, mi hanno poi convinto che questo röding poteva anche essere cucinato senza troppe preoccupazioni.

    uno

    L’incontestabile tradizione gastronomica nordica ne suggerisce una cottura delicata, in modo da valorizzare il sapore della carne, e una salsa a base di caviale rosso (di cui si è gia parlato qui) chiamata romsås come accompagnamento (sulle patate bollite ormai non mi viene più neanche da scherzare). Per cui, per esempio, ecco un röding al cartoccio: nel mio caso, dopo avere sciacquato con acqua fredda e asciugato il pesce, ho infilato nella cavità ventrale sale, un po’ di pepe, delle fette sottili di limone, due fese d’aglio e abbondante aneto tritato. Fatto ciò, adagiare su un foglio di carta stagnola e bagnare con olio e vino bianco (altro miracoloso avanzo della sopraddetta cena a base di cotechino). Chiudere il cartoccio e cuocere nel forno già caldo a 180°C per una mezz’ora (il mio röding doveva essere di circa un chilogrammo).

    Per la salsa, tritare finemente la cipolla rossa e l’aneto e mescolare con la panna acida e il caviale rosso.

    uno

    Come anticipato, il piatto è stato una piacevole sorpresa. Il sapore della carne del röding è a metà, direi, tra salmone (ma più delicato) e, forse, trota e l’abbinamento con la romsås è davvero azzeccato. Non c’è che dire: questa volta chapeau alla cucina svedese. Sinceramente, non avevo mai sentito parlare del “salmerino alpino”: pare che sia presente nel nord Italia, nei laghi montani, ma non ho trovato alcuna notizia a proposito del suo ruolo nella gastronomia locale. P.J. mi informa che in Francia, con il nome di “omble chevalier”, è in effetti considerato uno dei pesci d’acqua dolce più pregiati (e comunque non appartiene alla famiglia Clupeidae, ma alla Salmonidae).

    Mentre cercavo faticosamente di trovare le parole – inglesi – per comunicare il gusto del röding, D.K. ha commentato che i miei colleghi svedesi dimostrano l’affetto nei miei confronti in modo simile ai gatti. L’affermazione mi ha colto di sorpresa, finchè ho realizzato che quando ne parlo è perchè mi hanno portato del pesce fresco, della carne cruda di alce e, in effetti – a Natale -, un albero. Io penso che questo non sia un cattivo modo di mostrare l’affetto.

    Älgskav (straccetti di alce)

    Ingredienti (per 2 persone):

  • 250 grammi di straccetti di alce
  • 2 dl. di panna
  • 1/2 cipolla gialla
  • brodo di carne
  • bacche di ginepro
  • gelatina di ribes nero (Svartvinbärsgelé)
  • farina
  • sale, pepe bianco
  • burro
  • Nella casella “specialità svedesi” dell’inconscio collettivo sono presenti, forse addirittura più delle solite köttbullar e del salmone in varie fogge, piatti a base di animali esotici quali renne ed alci. Mi trovo costretto a deludere i miei lettori: nella cucina di tutti i giorni è abbastanza raro imbattersi in preparazioni di questo tipo (tranne forse la carne secca di renna, che si trova facilmente anche al supermercato). Tuttavia, è un fatto che specialmente al nord, il vero nord, esista una tradizione gastronomica basata su alci e renne e la gentilissima L.N. – la cui famiglia ha contatti lapponi (per i lettori antropologi o con ipersensibilità terzomondista: da quanto ne capisco gli abitanti della lapponia si chiamano lapponi. I sami sono un’altra cosa) – venuta a conoscenza del mio bizzarro passatempo, mi ha omaggiato a sorpresa con mezzo chilo di carne di alce.

    La carne in questione era già tagliata in fettine molto sottili, esattamente come i nostri “straccetti” ed è questo, mi dicono, il modo in cui viene consumata più frequentemente. La preparazione che ho scelto è molto semplice: fare soffriggere mezza cipolla gialla in un po’ di burro e poi fare scottare la carne, precedentemente infarinata, per qualche minuto. Aggiungere la panna, un mestolo di brodo di carne e due cucchiai di gelatina di ribes nero e fare cuocere a fuoco basso per 10/15 minuti. Mentre cuoce schiacciate delle bacche di ginepro (un cucchiaio abbondante) ed aggiungetele alla preparazione. Aggiustate di sale e pepe, e servite, tanto per variare un po’, con del purè di patate.

    L’impressione è che la maggior parte degli ingredienti abbiano la precisa funzione di offuscare il vero sapore della carne di alce, ma in effetti non è solo una stravaganza lappone quella di aggiungere ribes o bacche di ginepro a preparazioni a base di selvaggina. Comunque, benchè i miei informatori non manchino di sconsigliarmelo, visto che ho ancora 250 grammi di alce nel congelatore vedrò di sperimentarne una versione in cui si possa sentirne meglio il gusto (questo lo dico anche per avvertire i miei incauti visitatori natalizi).

    Ora, siccome l’eventualità che qualcuno di chi legge abbia della carne di alce in frigorifero (non commento sulla gelatina di ribes neri, che invece in Svezia si trova praticamente anche da Pressbyrån) mi sembra abbastanza remota, non mi dilungo molto sulla ricetta. Vorrei invece dare qualche rassicurazione ecologista. Le alci non sono una specie in pericolo di estinzione: solo in Svezia la popolazione è stimata attorno ai 300/400 mila capi. Inoltre, a causa della diminuzione (quella si, più preoccupante) dei loro predatori naturali – come lupi ed orsi – nonchè del progressivo disboscamento (che invece faccio fatica ad immaginarmi, che appena usciti da Stoccolma sembra di essere sempre in una foresta) che finisce per aumentare la superficie a pascolo, lo stato svedese si deve preoccupare di non fare aumentare disproporzionatamente il numero di alci. Un dato abbastanza impressionante riguarda il fatto che nel 2009 ci sono stati 5761 incidenti automobilistici causati da alci, che vuol dire che ogni giorno, in media, 15,8 svedesi centrano un’alce con la propria auto. Da tutto ciò concludo che il mio Älgskav non abbia rappresentato una minaccia alla biodiversità, ma semmai abbia contribuito a salvare la scocca di qualche Volvo o Saab insieme al suo contenuto (ne concludo anche che la locuzione “test dell’alce” non ha nulla di metaforico).

    Informandomi sulla fauna svedese ho inoltre fatto la terribile scoperta (a proposito della quale, ammetto, avevo qualche presentimento) che i pinguini vivono solo nell’emisfero australe. Così, anche se ho visto con i miei occhi il termometro segnare -16°C (e siamo solo ad inizio dicembre) pare che le mie probabilità di incontrarne uno mentre passeggio verso la metro di Tekniska Högskolan siano davvero basse.

    Kantarellsoppa

    Ingredienti (per 2 porzioni):

  • finferli (500 grammi)
  • 1 scalogno
  • 1 fesa d’aglio
  • panna (2 dl)
  • farina
  • brodo vegetale
  • aceto (di mele)
  • prezzemolo
  • pepe
  • sale
  • olio
  • burro
  • Con la consueta tempestività (ossia appena prima che ghiaccino anche i tronchi degli abeti) ecco una ricetta svedese a base di funghi. Per chi non lo sapesse, la Svezia è un paradiso per gli appassionati micologi, come per i cercatori di funghi della domenica (in realtà per qualsivoglia appassionato di tutte le strambe attività che si possono fare all’interno di boschi o foreste, che coprono un abbondante 70% del territorio nazionale). Da qualche mese, infatti, i mercati di Stoccolma traboccano di kantareller (finferli o gallinacci, non sono riuscito a decidere quale fosse la denominazione italiana più comune quindi ho deciso per: finferli) a prezzi stracciati. Mi è stato detto che l’idea stessa di andare a “cercare” kantareller suona un po’ strana per uno svedese (come quando cercai di farmi indicare una zona fumatori in un albergo a Jakarta): semplicemente si passeggia e si raccolgono. Nonostante siano quindi estremamente comuni, i finferli vengono non solo apprezzati per la loro indubbia versatilità in cucina, ma anche generalmente giudicati i funghi più gustosi, più degli stessi porcini, che pure non mancano nei boschi svedesi.

    Un modo per prepararli è la kantarellsoppa. Dopo avere pulito i finferli (esiste una letteratura di dimensioni inimmaginabili al proposito su internet. Io ho solo tagliato la parte inferiore del gambo e li ho passati con uno straccio – non erano moltissimi – e il risultato mi ha soddisfatto), preparate un soffritto in olio e burro con lo scalogno e la fesa d’aglio. Quando sono dorati aggiungete i finferli e lasciate cuocere per quindici minuti. Nel frattempo tritate grossolanamente (almeno, a me piace così) abbondante prezzemolo.

    A questo punto l’odore del soffritto e dei funghi vi avrà sicuramente fatto venire fame, per cui tostate qualche fetta di pane e prelevate un po’ dei funghi che stanno cuocendo. A parte, passateli in padella con uno o due cucchiai di panna per qualche minuto. Aggiustate di sale e pepe e date una spolverata di prezzemolo. Servite sul pane tostato. Non sentitevi in colpa: non avete rubato di nascosto dalla vostra cena, ma avete preparato un altro classico svedese: il kantarelltoast.

    Continuando con la preparazione della zuppa, aggiungete ai funghi una manciata di farina e la panna e mescolate per un po’. Allungate poi con un paio di mestoli di brodo vegetale e un cucchiaio di aceto di mele, o quello che avete. Tra parentesi, la lettura, nelle ricette, di passi come il cucchiaio di aceto che “mette in risalto il sapore dei funghi” (si può sostituire ad “aceto” e “funghi” quello che si vuole) mi ha sempre lasciato perplesso. Sarà vero, o quei passi lì servono solo per farci credere che colei o colui che gli ha scritti ne sappia molto più di noi? Questa volta mi sono andato ad informare. A quanto pare, i composti chimici che producono il caratteristico sapore dei finferli sono soprattutto liposolubili e, in parte, solubili in alcol: ossia, perchè rilascino sapore, devono essere “sciolti” con grassi e alcol. In altre parole, i finferli non sono particolarmente godibili crudi (al contrario dei porcini) e le cotture migliori sono quelle che prevedono grassi (burro e panna, per esempio?) ed alcol. Per cui l’aggiunta dell’aceto è del tutto giustificata (se siete dei lord inglesi e avete in cucina dello sherry ancora meglio).

    Estasiati dal fatto che la chimica possa procurarvi piacere nella vita quotidiana, lasciate andare a fuoco lento fino a quando non avete ottenuto una consistenza che vi soddisfi. A questo punto passate la zuppa con un frullatore a immersione per rendere tutto il più omogeneo possibile. Aggiungete sale e pepe e abbondante prezzemolo. Servite con del pane tostato (da qualche parte, che non riesco più a trovare, si suggeriva di servire con muffin di Västerbottenost. Questo sì che è parlare).

    Segnalo ai miei due tre lettori vegetariani (non si tratta di un’iperbole per difetto. Li conosco: ciao C.C., D.T. e E.M.) che è la terza volta che metto la tag “vegetariano” in una ricetta. Molto di più di quanto mi sarei mai aspettato viste le latitudini.

    Västerbottenpaj (torta salata al formaggio Västerbottensost)

    Ingredienti:

  • formaggio Västerbottenost (ca. 200 grammi)
  • burro (125 grammi)
  • farina (una tazza)
  • 1 cipolla gialla
  • 2 uova
  • panna (2 dl.)
  • latte (2 dl.)
  • pepe
  • sale
  • noce moscata
  • Devo la scoperta di questa ricetta alla congiunzione di uno specchio e di un’enciclopedia. Naturalmente no: la devo al recente crayfish party (a proposito: si tratta, solo ed esclusivamente, di gamberi d’acqua dolce) ed alla già citata necessità di mangiare qualcosa di sostanzioso per evitare di svenire a metà della cena a causa degli snaps.

    La Västerbottenpaj è una torta salata a base di formaggio Västerbottensost, di cui ho già avuto occasione di parlare nel post dedicato a midsommar. Come si diceva, il Västerbottensost è un formaggio stagionato, proveniente dal nord della Svezia, in particolare dalla regione di Västerbotten (da cui prende il nome). Il Västerbottensost è considerato – giustamente (non v’è qui sarcasmo alcuno) – il “re” dei formaggi svedesi, e una Västerbottenpaj è un ottimo modo per degustarlo.

    Preparare una pasta (cosiddetta brisee) semplicemente mescolando il burro e la farina – aggiungendo un po’ d’acqua nell’impasto – e farla riposare per circa mezz’ora in frigorifero. Fatto questo, stenderla nella teglia con i bordi rialzati e precuocerla per 15 minuti nel forno a 200°C. Nel frattempo fare soffriggere la cipolla. A parte, mescolare le uova, la panna e il latte con il formaggio Västerbottensost grattugiato. Aggiustare di sale e pepe ed aggiungere un po’ di noce moscata. Quando la pasta è pronta, riempitela con la cipolla soffritta e l’impasto che avete preparato e fate cuocere il tutto in forno per circa 20 minuti. Lasciare raffreddare prima di servire.

    La Västerbottenpaj è eccellente come antipasto, o per il solito brunch svedese che il mondo ci invidia. Io, in questa valle di lacrime, me la sono autoservita (come si vede dalla – pessima – foto) con panna acida e caviale nero.

    Ad ogni modo: mi è stato recentemente segnalato un articolo, dall’Espresso food & wine, che decanta le lodi della “New Swedish Cuisine”. Sorvolando su espressioni come “stile rustico-minimal” o “cucina orgogliosamente autocosciente” (la fatica del sorvolamento è forse il principale motivo per cui la pubblicistica enogastronomica mi è quasi del tutto sconosciuta), il pezzo presenta, in modo abbastanza allettante, piatti e “filosofia” di alcuni dei “new” cuochi svedesi. Bene così. Stoccolma, del resto, è da diversi anni praticamente l’unica città del nord Europa dove si possa sperimentare della cucina ad alti livelli. Per quanto vale, nel 2010 ha ottenuto sei ristoranti con stelle dalla guida Michelin (per dire, Milano ne ha sette). Senza contare che quello che era considerato il migliore ristorante di tutta la Svezia, Edsbacka krog, nella banlieu di Sollentuna, ha chiuso nel febbraio del 2010, un mese prima del mio arrivo (benchè non credo esista una relazione causale tra le due cose).

    Per quanto riguarda gli altri ristoranti stellati, l’autore di cucina svedese per italiani accetterà qualsiasi contributo economico da parte dei lettori del blog che possa peremettergli di saggiarne la qualità onde poi, con la consueta sagace ironia, qui darne notizia.

    Kroppkakor (gnocchi svedesi)

    Ingredienti:

  • patate farinose (600 grammi)
  • 1 uovo
  • farina (ca. 200 grammi)
  • 1 cipolla gialla
  • carne salata di maiale – o pancetta affumicata (300 grammi)
  • pepe
  • sale
  • burro
  • nota: con le quantità indicate sopra ho preparato 10 kroppkakor. Una porzione ragionevole è di 3 o 4 per una persona.

    Siccome accade che me ne occupi professionalmente, tendo a considerare con un certo snobistico distacco le affermazioni cultural-relativiste del tipo “gli eschimesi hanno N parole per definire neve” (si sostituisca ad N un numero abbastanza alto da rendere – a vostro giudizio – sorprendente l’affermazione precedente) e, quindi (continua il mio relativista da cartolina), “vedono il mondo diversamente da noi”. Purtroppo, inoltre, il caso della neve e degli eschimesi, benchè così allettante (in realtà proprio per questo motivo), pare essere del tutto falso. Se non totalmente una frode, è frutto di un fraintendimento: la lingua inuit è infatti una lingua polisintetica (più o meno: le parole si attaccano l’una all’altra per formare concetti più complessi) per cui gli eschimesi hanno sì parole diverse per dire neve-che-cade e neve-che-si-scioglie, ecc. ma, per la logica di sopra, avranno parole diverse anche per renna-che-mangia, legna-che-brucia e tutto ciò che volete. (chi avesse del tempo libero può leggere qui un ottimo articolo – in inglese – sulla questione neve/eschimesi).

    Questo mio sano realismo ha tuttavia subito pochi giorni fa un duro colpo, avendo scoperto che il mio iniziale fallimento nella preparazione dei kroppkakor era dovuto al fatto che gli svedesi hanno molte parole per definire le patate, mentre io ne ho solo una. Forse, essi vedono il mondo diversamente da me. In breve, la regione del fallimento era legata al fatto di avere comprato delle generiche “potatis”, quando invece avrei dovuto comprare delle “mjöligpotatis”, ossia patate farinose (lo so, lo so, avrei potuto evitare la storia degli eschimesi e ricordarmi di come si fanno gli gnocchi).

    Comunque, dopo esservi procurati le patate farinose, sbucciatele e fatele bollire per una ventina di minuti. Schiacciatele e aggiungete l’uovo crudo e un po’ sale. Mentre lasciate raffreddare l’impasto, sminuzzate la cipolla, tagliate a dadini la pancetta (o la carne salata) e fateli soffriggere in padella, aggiungendo il pepe. Quando l’impasto si è raffreddato, aggiungete la farina e lavorate la pasta, cercando di ottenere un rotolo come quello dell’immagine qui sotto (mi spiace, non trovo niente di meglio della parola “rotolo”).

    Tagliate poi delle fette abbastanza alte di pasta e, aiutandovi con della farina, allargatele e create una depressione nel centro, nella quale andrete ad aggiungere il ripieno. Richiudete il tutto creando delle sfere “più grandi di una palla da golf e meno di una palla da tennis (purtroppo non mi ricordo chi fosse il visionario che mi ha dato questa indicazione)”

    A questo punto, immergete i kropkkakpor in acqua bollente e, quando salgono in superficie, fateli bollire per circa cinque minuti. Servite con burro fuso e accompagnandoli con la solita lingonsylt (marmellata di mirtilli rossi – acquistabile, volendo, alla solita ikea) (mangiare carne di maiale senza lingonsylt mi è ormai diventato impossibile. Giuro).

    E’ tutto. Come nel caso delle köttbullar esistono numerose varianti della ricetta base dei kroppkakor. Alcuni sostengono che i “veri” kroppkakor vadano preparati con patate crude, altri propongono un ripieno a base di funghi, altri ancora li condiscono, invece che con lingonsylt e burro fuso, con besciamella o, addirittura, con solo della senape. Su due punti tutti sono d’accordo. Il primo, non tanto sorprendente: le patate. Farinose. Il secondo (che approvo): i kroppkakor sono fantastici il giorno dopo, tagliati a metà e ripassati in padella con del burro (magari poi fate gli esami del sangue, giusto per sicurezza).

    D.K., indecisa sul da farsi, tenta di colpire i propri kroppkakor con un hishaku, siccome il the verde era finito.

    Toast Skagen

    Ingredienti:

  • gamberetti
  • caviale rosso
  • aneto
  • maionese
  • senape
  • limone
  • pane bianco in cassetta (pancarré)
  • burro
  • Giusto per riprendere il ritmo, ecco una ricetta molto veloce, adatta per un pasto leggero (forse troppo leggero?) o per un antipasto, o per i brunch di gran classe che tutti noi prepariamo la domenica mattina (in effetti con del bloody mary questa cosa potrebbe avere un suo effetto).

    Nella sua semplicità la ricetta ha un qualche valore storico: se il nome – Skagen – deriva, per ragioni che mi sono ignote, da una cittadina danese, la preparazione ha una data di nascita (il 1958) e, soprattutto, un inventore, Tore Wretman, che è una sorta di nume tutelare della gastronomia svedese, se non IL nume tutelare. Prendendo un po’ di informazioni qua e là – purtroppo tutte in svedese – scopro come Wretman avesse in gioventù lavorato a Londra, Parigi (dal celebre Maxim’s) e New York (cosa di tutto rispetto di per sè, ma ancora di più, senza offesa, pensando al fatto che fosse svedese) e come, una volta tornato in patria, dopo la seconda guerra mondiale, si sia dedicato a rivedere la cucina casalinga svedese (husmanskost) alla luce delle esperienze all’estero, dando in pratica origine a quella che è oggi la cucina “tradizionale” svedese. Negli anni ’50 rileva la Operakällaren di Stoccolma, che è ancora oggi considerato come uno dei migliori ristoranti in città (siccome è poco probabile che ci andrete – come me del resto – la buona notizia è che esiste la Bakfickan, letteralmente la “tasca di dietro” dell’Operakällaren, dove si mangiano, in un ambiente – e con un servizio – meno sontuoso, ottimi piatti svedesi a prezzi ragionevoli).

    Tornando a noi, la preparazione del toast Skagen è alquanto elementare: lavare e sgusciare i gamberetti e lessarli per 2/3 minuti. Preparare una salsa con l’aneto finemente triturato, maionese, senape (in rapporto 4:1) e mescolarla ai gamberetti. Rosolare in un po’ di burro le fette di pane in cassetta (immagino che passarle nel tostapane sia una variante abbastanza accettabile) e preparare il toast. Guarnire con un cucchiaio di caviale rosso e una spruzzata di limone. Se proprio volete vezzeggiare i vostri ospiti (o se avete un blog di cucina svedese e dovete fotografare il piatto) decorate con l’aneto rimasto.

    Il caviale rosso è l’ingrediente misterioso del giorno. La differenza risiede nell’animale a cui vengono prelevate le uova: storione, nel caso del caviale nero, e salmone nel caso del caviale rosso. In Svezia, per ovvi motivi, il caviale rosso è molto più diffuso e gli svedesi sostengono, forse per il solito nazionalismo, che sia anche più gustoso di quello nero. Io questo non lo so, ma so che costa meno di quello nero (almeno qui), il che rappresenta di per sé un qualche vantaggio.

    Per finire, mentre ieri compravo i gamberetti al mercato coperto di Hötorget ho visto, con un po’ di emozione, le mie prime latte di Surströmming. A quanto pare è iniziata la stagione di questa controversa leccornia svedese. Sebbene i locali non perdano occasioni per sconsigliarmelo, almeno uno di loro (JL) sembra disposto a sostenermi in questo esperimento. Spero di darne notizie al più presto.


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