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Sill och potatis (aringhe e patate)

Ingredienti (4 persone):

  • aringhe matjes (400 grammi)
  • patate (circa 1 kg.)
  • panna acida (4 dl.)
  • aneto
  • erba cipollina
  • Come Clifford Geertz che, trovandosi a fuggire insieme ai nativi per un’improvvisa irruzione della polizia ad un combattimento di galli, sentì che i balinesi lo riconobbero – se non come parte della comunità – almeno come persona, io, nel mio piccolo, mi accorgo che gli indigeni svedesi iniziano ad osservarmi con stupore e divertimento e a mostrare interesse per questo progetto, che giudicano sicuramente alquanto bizzarro.

    E.L., gentilissima, mi ha spedito la sua ricetta del gravlax (salmone marinato), che, per mancanza di tempo, devo rimandare: spero a presto. J.L. mi ha prospettato, per quando (quando?) la temperatura sarà abbastanza mite da permettere di cenare all’aperto, un surströmming-party. (Ogni tradizione gastronomica ha uno o più piatti famigerati: quella svedese ha il surströmming. Surströmming sembra indicare qualcosa come “aringhe fermentate”, ma tutti dicono che sia meglio stare all’aperto quando si sperimenta questa prelibatezza ed è costume accompagnarla con un numero abbondante di snaps (bicchierini di acquavite svedese). La traduzione inglese più immediata nelle conversazioni, inoltre, è spesso “rotten herrings”, dove, per me, “rotten” significa qualcosa d’altro. Non credo, per esempio, che Johnny Rotten, voce dei Sex-Pistols,  volesse venire ricordato come “Johnny il fermentato”). Da ultimo, F.J. è persino entrato nel mio ufficio e si è spontaneamente offerto come informatore. Gli ho chiesto allora una ricetta semplice e veloce, ma che, nello stesso tempo, gli sembrasse qualcosa di “molto svedese”. Come se aspettasse questa domanda da anni, mi ha risposto senza pensarci nemmeno un secondo: sill och potatis.

    Aringhe e patate: due parole che, in effetti, da sole bastano a spalancare mondi di terre poco generose e mari dalle acque gelide. La ricetta consiste in poco più del posizionare gli ingredienti sul piatto da portata: fate bollire le patate insieme ai gambi dell’aneto e poi servitele guarnite con le foglioline di aneto finemente sminuzzate. Insieme, mettete le aringhe e la panna acida, sulla quale avrete tritato un po’ di erba cipollina.

    L’unica difficoltà potrebbe risiedere nel reperire, in Italia, gli ingredienti. Le matjessill sono aringhe stagionate e marinate con spezie varie (tra le quali cannella e chiodi di garofano, che danno al tutto un sapore tendente al dolciastro) e  anche queste – ho controllato – possono essere recuperate da IKEA. Non so quanto sia facile trovare nei negozi la panna acida (gräddfil). Il piatto può essere arricchito con uova sode e con un’ampia dose di cipolla rossa, cruda, tagliata grossolanamente sulle aringhe (aggiunta che non ho ancora fatto, ma che sicuramente farò). Per finire, accompagnare con il pane tipico svedese a base di segale: knäckebröd (la traduzione “pane croccante” non mi sembra molto illuminante, ma non so fare di meglio. Comunque: è questo qui). A.F. suggerisce addirittura di fare cuocere più a lungo le patate e poi “spalmarle” sulle fette di pane, ma io non sono stato abbastanza coraggioso. Il risultato appare incredibilmente esotico per le papille gustative italiche e, che ci crediate o no, davvero gustoso.

    Devo confessare che questa ricetta contiene due imbrogli, l’uno incastonato nell’altro. Il primo, mea culpa, riguarda il fatto che sill och potatis è un piatto tradizionale di Midsommar (il solstizio d’estate, forse la festa più sentita, per ovvie ragioni, in Svezia) e che andrebbe preparato con patate novelle fatte cuocere – e mangiate – con la loro pelle sottile, mentre io ho anticipato il tutto di quasi due mesi. A sua volta, sill och potatis a Midsommar è un perfetto esempio di “tradizione” inventata recentemente – risale, al più tardi, al secolo scorso – in contesto urbano. Per un contadino svedese dell’ottocento, un piatto festivo a base di patate ed aringhe (che da sole quasi esaurivano la varietà della dieta della società rurale) avrebbe avuto un unico sapore: quello della beffa.

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