Cucina inglese per italiani

Come annunciato ormai quasi due anni fa mi sono trasferito a Bristol. Sono riuscito a resistere per tutto questo tempo, ma, ora, ecco “cucina inglese per italiani“!

 

Hej do!

Dopo una lunga pausa e benché proprio oggi a pranzo abbia mangiato per la prima volta dei (deliziosi) waffles svedesi, questo breve post chiude la gloriosa esperienza di “cucina svedese per italiani”. Dopo essere sopravvissuto a due inverni, infatti, da gennaio me ne andrò a Bristol. Grazie a chi ha letto queste pagine e che, senza saperlo, mi ha tenuto compagnia: è possibile che, a seconda delle motivazioni e di quanto mi annoierò nella città di Tricky e Cary Grant, un giorno incominci a scrivere “cucina inglese per italiani”.

Detto questo, è difficile a volte esprimere emozioni così complesse e contrastanti, per cui è meglio che mi affidi alla grande arte del passato.

Rensteksröra (Renna!)

Ingredienti:

  • 100 grammi di carne di renna affumicata
  • 1 cipolla rossa
  • rafano grattugiato
  • 1 cucchiaio di senape
  • 1 dl. di panna
  • 100 grammi di färskost (formaggio quark o simili)
  • caviale rosso Löjrom
  • kavring (pane nero di segale)

La contemporanea realizzazione di tre condizioni, ossia:

  • che M.E. fosse per una settimana a New York, ufficialmente per una conferenza, ma verosimilmente impegnato ad acquistare abiti a basso prezzo, e a fare del birdwatching a Jamaica Bay con J.L.,
  • che le previsioni del tempo indicassero come si stesse passando dal maggio più caldo dal 1860 al giugno più freddo degli ultimi 84 anni (l’impareggiabile The Local, anche quando non riporta di..ehm…terzetti di alci, mantiene sempre una linea editoriale incentrata su misura e sobrietà),
  • e infine che gli ultimi post di “cucina svedese per italiani” fossero stati dedicati a preparazioni husmanskost (ormai sapete tutti cosa vuole dire), in cui l’odore di stantii tinelli svedesi poteva essere percepito tramite il vostro browser,

ha fatto sì che un bel giorno di settimana scorsa me ne sia andato ad Östermalm a fare spese, e, soprattutto, che dopo due anni Vi possa parlare di carne di renna affumicata.

Per chi non lo sapesse Stoccolma è la città più posh del mondo: nei primi mesi ero imbarazzato perchè non mi sentivo vestito abbastanza bene in metropolitana – in metropolitana! – (ora ho comprato un cappotto, e grazie a P.J. anche una giacca marroncina). Östermalm, a sua volta, è il quartiere posh di Stoccolma, per cui ci si può immaginare che non vada tutti i giorni a fare la spesa da Östermalms Saluhall. Comunque, se siete da queste parti, vale la pena farci un giro, e, nel caso, comprarsi della carne di renna affumicata da portare a casa come souvenir.

La ricetta – tecnicamente Rensteksröra, dove röra, come già trattato, sta per “miscuglio” – è molto semplice, ma d’effetto. La cosa interessante sono gli ingredienti. Innanzitutto, ovviamente, la carne di renna. Il posh-salumiere mi spiegava come si trattasse di una produzione tradizionale Sami, chiamata suovas, in cui la renna viene affumicata a freddo, ed è uno dei pochi presidi slow-food svedesi. Il posh-pescivendolo, invece, mentre con occhio preoccupato speravo prendesse il contenitore più piccolo possibile, mi spiegava come il caviale Löjrom fosse composto da uova di codegone bianco (ammetto questo l’ho cercato su wikipedia) raccolte nella Baia di Botnia, ossia la parte settentrionale del Mar Baltico, tra Svezia e Finlandia, e di come rappresenti l’unico (!) IGP svedese (Identificazione Geografica Protetta: in Italia ce ne sono 84…). Il kavring, infine, è semplicemente pane di segale, ma che viene preparato con ljus sirap, uno sciroppo di zucchero, che gli dà un sapore leggermente dolciastro. Gli altri ingredienti non sono particolarmente esotici.

Per preparare il vostro Rensteksröra, tagliate la carne di renna a pezzettini, come nella foto qui sopra, e sminuzzate grossolanamente la cipolla. Unite la panna ad un formaggio fresco morbido tipo quark (immagino che il Philadelphia vada benissimo) ed aggiungete un cucchiaio da cucina di senape. Mischiate tutto e grattugiate la radice di rafano. Assaggiate di tanto in tanto e regolate la quantità di rafano a seconda dei gusti. Servite su tartine di pane di segale, aggiungendo ad ognuna un cucchiaio di caviale e, se riuscite, presentate un po’ meglio di come io abbia fatto.

Ora, non mi aspetto che da stasera in Italia tutti mangino Rensteksröra, ma il messaggio di questo post è il seguente: comprate pure carne di renna affumicata come souvenir svedese al prossimo viaggio, ma poi non mangiatela così com’è, lamentandovi di come non sia un granché, o, peggio, facendo finta che vi piaccia. Almeno preparate una salsa a base di rafano e servitela insieme alle fette di renna (questo è il modo in cui viene servita più spesso in Svezia – oppure guardate qui per vedere cosa fa della gente seria). E basta con i jeans.

Dillkött (spezzatino all’aneto)

Ingredienti (per 2 persone) :

  • 1 cipolla gialla
  • sale
  • pepe bianco in grani
  • carne per spezzatino di vitello (400 grammi)
  • panna
  • 2 carote
  • alloro

Per la riduzione di aneto:

  • 1 mazzo di aneto
  • pepe in grani
  • 1/4 di litro d’acqua
  • 250 grammi di zucchero
  • 250 grammi di zucchero
  • 3 cucchiai di aceto bianco

L’invitante immagine sopra riportata rappresenta l’ultima fatica (e’ il caso di dirlo) di “cucina svedese per italiani”. Il dillkött, o spezzatino all’aneto, e’ un’altro piatto della cucina tradizionale svedese, o husmanskost, la cui preparazione, come nel caso del fiskgratäng, vi proiettera’ magicamente nel paradiso della socialdemocrazia svedese anni 60/70 (a voi la scelta). La cosa piu’ interessante di questo piatto, su cui ritornero’, e’ come sia, in una parola, dolce, molto dolce. I miei informatori, ed in particolare M.W., alla quale ho impedito di lavorare per praticamente tutta la mattina, mi cofermano che non ho sbagliato nulla e che proprio cosi’, dolce, debba essere il nostro dillkött.

Comunque, dopo avere scelto la carne che preferite (non mi addentro su questo tema, potete vedere qui per una disquisizione scientifica sulla carne migliore per lo spezzatino (detto questo io ho semplicemente preso la carne etichettata come grytbitar (da tradursi come “carne da spezzatino” (e cosi’ sono quattro parentesi da chiudere)))). Dicevo, dopo avere scelto la carne che preferite, tagliatela a cubi di 2 o 3 cm per lato e mettetela a scottare in una padella a bordo alto, o casseruola. Dopo un paio di minuti potete unire le carote e la cipolla, affettate grossolanamente. A questo punto, abassate la fiamma, unite alloro e pepe bianco in grani, ed iniziate ad aggiungere acqua. Lasciate cuocere a fuoco lento, aggiustando nel caso la quantita’ d’acqua, per il tempo necessario a seconda della carne – nel mio caso circa un’ora.

La riduzione di aneto e’ la parte interessante della ricetta. Per prepararla mettete gli ingredienti in una padella e portate a bollore, poi mescolate per 5/10 minuti. L’aceto utilizzato per questa preparazione e’ in Svezia rigorosamente Ättika, che credo sia quello che in Italia si chiama “aceto bianco” (e credo si usi normalmente per…pulire la casa). L’Ättika e’ semplicemente una soluzione di acqua e acido acetico (ma non provate a casa fidandovi di me!) che e’ piu’ forte dell’aceto di vino, ma con un sapore piu’ neutro: e quest’ultimo e’ quello che rende preferibile il suo utilizzo per la riduzione. Comunque, a fine cottura filtrate e unite la riduzione di aneto al vostro spezzatino, aggiungete panna a seconda dei gusti e lasciate cuocere per ancora qualche minuto. Il dillkött e’ pronto: servite accompagnando (ovviamente) con patate bollite insieme ai gambi dell’aneto e guarnite da un po’ di aneto fresco.

Come dicevo il risultato e’ uno spezzatino dal sapore inconsueto, in cui il gusto dolce unito a quello di aneto (vi consiglio di dare un’occhiata alla pagina di wikipedia) della riduzione hanno un piacevole, ancorche’ anomalo, sopravvento.

La riflessione del giorno riguarda la compresenza di sapori dolci e salati nella cucina svedese. Dall’onnipresente lingonsylt (la solita marmellata di mirtilli rossi) ad accompagnare carni varie, a piatti preparati con sciroppo di zucchero (come questo, o questo), la tradizione gastronomica svedese sembra abbondare, almeno se paragonata alla cucina italiana, di contaminazioni dolce/salato. La mia idea iniziale era quella di considerare quella svedese una cucina meno “conservativa”, con una piu’ spiccata tendenza ad accostamenti rischiosi dal punto di vista gustativo, probabilmente dovuti anche ad una certa scarsita’ di materie prime. La cucina italiana, invece, a causa di una tradizione piu’ lunga e codificata, oltre che di una incomparabile – davvero – ricchezza di ingredienti, tenderebbe ad essere piu’ conservativa da questo punto di vista.

Stranamente (o forse a conferma della mia avvenuta svedesizzazione, che mi porta a difendere – tra le altre cose – la cucina svedese oltre ai limiti della razionalita’) i miei informatori locali mi hanno suggerito una spiegazione praticamente opposta. Ossia, pare che la cucina medievale, quanto meno la cucina dei nobili medievali, fosse generalmente molto piu’ agrodolce di quella attuale, almeno quella italiana. Ci sono una serie di ragioni per questo, tra cui il fatto che miele o zucchero agissero da conservanti, che sapori dolci, o fortemente speziati, tendessero a coprire possibili toni vagamente rancidi di carni o pesci che certo non venivano preservati in congelatori, e infine il fatto che, per esempio, lo zucchero fosse considerato all’epoca una “spezia” rara e preziosa in molte parti dell’Europa. A proposito di questo ultimo punto, P.S. (non sta per post scriptum) mi ha fatto notare che al contrario la Svezia aveva probabilmente una fiorente (che fortuna!) produzione di barbabietole, per cui lo zucchero era forse piu’ abbondante che in altre nazioni. In conclusione, quindi, i sapori agrodolci della cucina svedese sarebbero, al contrario, una spia della sua maggiore conservativita’ e path-dependence (scusate). Detto ciò, la mia ignoranza a proposito di questi temi e’ vasta e gioisamente esibita, per cui chi dovesse avere migliori spiegazioni mi faccia sapere.

Kåldolmar

Ingredienti (per 8 kåldolmar) :

  • 1 cavolo verza (o cappuccio)
  • 100 grammi di riso
  • 200 grammi di macinato di manzo
  • 200 grammi di macinato di maiale
  • 1 uovo
  • 1 cipolla gialla
  • burro
  • pepe
  • sale
  • farina
  • ljus sirap (sciroppo di zucchero, 3/4 cucchiai da cucina)

Kål, in svedese, significa cavolo, mentre dolma tradisce l’origine ottomana di questo piatto svedese dalla curiosa storia. Probabilmente conoscete le dolma greche (le più comuni sono involtini di foglie di vite): queste ne sono la versione svedese, con il nordico cavolo a fare da contenitore. Poiché la ricetta è un po’ laboriosa da scrivere – la preparazione non lo è molto, in realtà – non mi perdo in inutili chiacchiere e vado subito al dunque (qualcosa su Carlo XII la dovrò dire. Ma dopo).

Per preparare i kåldolmar staccate le foglie esterne della verza e passatele in acqua bollente, ad una ad una, per uno/due minuti. Fatele raffreddare e lasciatele a scolare in modo che si asciughino il meglio possibile. Nel frattempo fate bollire il riso e soffriggere la cipolla. Mescolate il riso bollito con la carne macinata, la cipolla soffritta, l’uovo, ed aggiustate di sale e pepe. A questo punto potete preparare gli involtini. Eliminate con un coltello la venatura dura centrale della foglia di verza in modo che sia più facile da ripiegare. Mettete al centro di ogni foglia di verza un po’ del ripieno preparato (come nella foto qui sotto) e poi richiudete la foglia “a pacchetto”: portate prima la parte bassa della foglia sopra il ripieno, chiudete i due lati e poi arrotolate la parte superiore che fermerà il tutto infilandosi sotto all’involtino così formato (detto in questo modo sembrano le istruzioni di un gioco di prestigio, ma poi, con la verza davanti, viene abbastanza naturale, ossia non credo ci siano molti altri modi per richiudere una foglia di verza intorno ad un ripieno). Benchè possa sembrare strano – a me almeno – gli involtini rimangono stabili e ben chiusi (gli stuzzicadenti che mi ero preparato in caso di emergenza non mi sono serviti).

A questo punto fate scaldare il forno a 200°C. Mettete gli involtini di verza in una pirofila e cospargeteli con pezzetti di burro e, se possibile, con lo svedesissimo ljus sirap. Il ljus sirap, di cui ho già parlato qui, è una sciroppo ricavato da zucchero di canna e di barbabietola. L’idea, come spesso accade nella cucina svedese, è quella di dare una nota dolciastra alla preparazione e, devo dire, mi sembra abbastanza interessante (ho anche scoperto – prima di procedere alla preparazione dei kåldolmar – che questo sciroppo si conserva “diversi anni” a temperatura ambiente, cosa che mi sarà molto utile visto che è la seconda volta che lo uso da quando lo ho comprato quasi due anni addietro…). Ad ogni modo: infornate i vostri kåldolmar dolcificati e lasciate in forno per una mezz’ora.

Volendo fare le cose per bene, come il Vostro ha fatto, a cottura ultimata lasciate riposare gli involtini e raccogliete il liquido rimasto nella pirofila. Fatelo scaldare in una padella e aggiungete farina (o brodo, o panna, quello che avete) in modo da formare una salsa. Mescolate per qualche minuto, filtrate la salsa ottenuta e unite ai kåldolmar. Se gli accostamenti dolce/salato non vi spaventano servite con l’onnipresente lingonsylt e apprestatevi a gustare un piatto che a me è parso non male. Inoltre, se, come nel mio caso, vi siete preparati otto involtini di verza da soli, e, dopo quattro, il vostro entusiasmo inizia a scemare non preoccupatevi: il giorno dopo, scaldati – ma anche a temperatura ambiente – sono ottimi.

Se invece avete ospiti, una cena a base di kåldolmar non vi lascerà certo senza argomenti di conversazione. La tradizione vuole che la loro origine sia da ricercare nella permanenza forzata in Turchia del re svedese Carlo XII. Figura – come si dice – complessa e controversa, Carlo XII di Svezia rimase ospite-prigioniero per cinque anni nell’impero ottomano dopo la disfatta dell’esercito svedese per mano delle armate russe di Pietro il Grande, nell’estate del 1709. Diventato re a 15 anni, lasciò Stoccolma nel 1700 (quando di anni ne aveva 19) e non vi ritornò mai più, restando sempre alla guida del propio esercito (o a mangiare kåldolmar ospite del sultano Ahmed III). Detto un po’ in breve (la “Grande Guerra del Nord” in una frase), dopo una serie di vittorie iniziali contro Danimarca, Russia e Sassonia tra il 1700 e il 1707, le cose iniziarono ad andare male per gli svedesi e le avventure militari di Carlo XII segnarono il definitivo tramonto della Svezia come potenza dominatrice del baltico, riacquisito solo negli ultimi anni fondamentalmente grazie all’opera degli ABBA.

Carlo XII fu un grande personaggio della propria epoca (per dire: Voltaire ne scrisse una biografia) ma lascia un’eredità controversa. Celebrato come re/guerriero da nazisti e da imbecilli contemporanei di estrema destra, la sua dedizione alle campagne militari e non alle compagnie femminili viene denigrata dalla machissima pagina italiana di wikipedia con accenni ad omossessualità ed autoerotismo. Una ricostruzione, per altri aspetti sobria, della vita e delle guerre di Carlo XII contiene questo paragrafo, sul quale Vi lascio a riflettere:

Alla ricerca da sempre di emozioni nuove, il sovrano era capace di ubriacarsi fino all’intontimento. Ma un giorno, dopo aver provocato la morte di un orsetto, mentre era sotto l’effetto dell’alcol, giurò a se stesso, sbollita l’ubriachezza, di mantenersi sobrio per il futuro. In effetti, da quel giorno bevve solo un pò di birra allungata con acqua.

Aver provocato la morte di un orsetto?

Fiskgratäng (gratin di pesce)

Ingredienti (per 3/4 persone) :

  • filetti di merluzzo (500 grammi)
  • 1 limone
  • sale
  • pepe
  • aneto
  • panna
  • brodo di pesce
  • puré di patate
  • farina
  • gamberetti
  • parmigiano
  • burro

Innanzitutto mi scuso per la teglia sporca e la luce giallastra della foto, che potrebbe far pensare che in un momento di debolezza abbia cucinato una polenta con i gamberetti, quando invece trattasi di un gratin di pesce, o Fiskgratäng. Probabilmente non il piatto del momento nella super-trendy cucina scandinava (i miei colleghi, di solito entusiasticamente – per quanto possa mostrarlo uno svedese – supportivi e forieri di aneddoti socio-gastronomici, hanno accolto la notizia della preparazione del Fiskgratäng con degli svogliati: “boring”), ma certo un classico della husmanskost, ossia la cucina tradizionale, “di tutti i giorni”, svedese.

(A proposito di cucina “di tutti i giorni”, colgo l’occasione per riportare un’osservazione che mi inquieta praticamente dal mio arrivo. Il mio campione è sicuramente molto limitato, ma, ogni volta, a pranzo, mentre io mangio avanzi vari della sera precedente, o un’insalata (per controbattere le quantità di burro che sono costretto ad ingurgitare per portare avanti questo blog), cosa scaldano nei microonde i miei nordici commensali? Pasta al ragù. Tutti. Sempre. Chiamandola boloGNese (g dura). A volte aggiungendoci insalata, affermando che il fatto che diventi molliccia a contatto con il calore della pasta la renda più buona. Se qualcuno potesse corroborare questa osservazione mi faccia sapere).

Tornando a noi, per preparare il Fiskgratäng, lasciate a marinare per qualche minuto i vostri filetti di merluzzo (o altro pesce bianco) con sale, pepe e il succo di mezzo limone. Imburrate una teglia e riscaldate il forno a 220°. A forno caldo fate cuocere il pesce per 10 minuti. Nel frattempo, fate sciogliere in una padella 80 grammi di burro e poi aggiungete gradualmente la stessa quantità di farina. Mescolate fino a che il tutto assume un colore giallastro: avrete preparato un roux, che, al di là del nome esotico, è ciò che si fa comunemente per preparare la besciamella. A questo punto, continuando a mescolare, aggiungete una confezione di panna e uno o due mestoli di brodo di pesce e, infine, sale, pepe, la buccia grattugiata del limone, e un po’ di aneto finemente tritato. Lasciate andare a fuoco basso – senza che bolla – per una decina di minuti. Questo è quello che dovreste avere ottenuto.

Sempre nel frattempo (ricordati, Shiva dalle quattro braccia, che il pesce è in forno), preparate, un po’ come vi pare, un purè di patate. Finita la cottura del pesce è il momento di unire il tutto. Spostate i filetti di merluzzo nel centro della teglia e create, ai lati, con il purè di patate, una sorta di muraglia (non è per niente facile scrivere ricette), all’interno della quale andrete a versare il preparato roux-panna-brodo di pesce, eccetera. Spolverate con del parmigiano (ehm…che avrete comprato a Luleå) e re-infornate, questa volta a 250°. Lasciate per 10 minuti o più. Quando vi sembrerà croccante e leggermente brunito al centro interrompete la cottura, e guarnite con aneto e gamberetti.

Suggerisco di consumare il piatto in un pranzo di domenica in famiglia, giocando al gioco di ruolo “socialdemocrazia scandinava anni ’60”. Dovete fingere di essere nei sobborghi di Stoccolma e i personaggi devono essere ricavati da un libro a scelta della coppia Sjöwall-Wahlöö (tu, Shiva dalle quattro braccia, sicuramente conosci Stieg Larsson, ma se copierai quell’apparentemente casuale ed impronunciabile serie di lettere su google scoprirai che Sellerio pubblica in italiano del noir svedese che vale la pena di leggere).

In conclusione, cosa ho imparato da tutto ciò? Che benché mi spacci a volte per un quasi-etologo, le mie conoscenze tassonomiche sono a dir poco lacunose. Che dividendo gli animali in insetti, pesci, mammiferi, anfibi, uccelli, rettili, eccetera, non sapevo, conversando a tavola, dove infilare i gamberetti – e tutti i crostacei. Che pesci, mammiferi, anfibi, uccelli, rettili fanno tutti parte di un singolo Infraphylum, che si chiama Gnathostomata (vertebrati con mascelle) e rappresentano perciò una imbarazzantemente minima parte degli organismi viventi, almeno dal punto di vista delle tassonomie biologiche. Che la prossima volta che vedrò una spugna la smetterò di fare il sagace.

Bearnaise-pizza

Fino a qualche anno fa andava molto di moda riflettere su quali sarebbero state le conseguenze della globalizzazione incalzante. La visione più comune – possiamo chiamare questo il modello “McDonald”, oppure il modello “Marc Augé si annoia quando viaggia” – era che il mondo globalizzato sarebbe stato un’uniforme, e informe, distesa di non-luoghi spersonalizzati, tutti uguali tra loro, quali appunto fast food o aereoporti. Il peggio della società occidentale, insomma, avrebbe finito per contagiare tutto quanto, erodendo ogni diversità culturale.

Una previsione un po’ più ottimistica (modello “Chinatown”) andava invece nella direzione opposta: la crescita di accessibilità e velocità dei mezzi di comunicazione, unita al fatto che i movimenti di merci e persone sarebbero divenuti più facili ed economici, avrebbe permesso la creazione, o il mantenimento, di comunità culturali diversificate e per la prima volta indipendenti dai vincoli geografici. In altri termini, io, immigrato in Svezia, proprio grazie alla globalizzazione posso – volendo – mantenere una forte identità culturale italiana: compro e leggo libri in italiano grazie ad amazon, incontro faccia a faccia le mie italiche conoscenze su skype e, allo stremo, con qualche corona svedese posso sgomitare per salire su un aereo ryanair e in un paio d’ore essere a sud delle Alpi. Solo vent’anni fa, dopo quasi due anni a Stoccolma, sarei già diventato biondo e alto.

Infine, secondo il modello che per l’occasione battezzo “Bearnaise-pizza”, la globalizzazione avrebbe sí portato alcuni tratti culturali a divenire universalmente diffusi, in accordo con il modello “McDonald”, ma questi sarebbero stati riadattati e modificati a seconda delle comunità in cui venivano adottati, creando nuove forme. La pizza é uno di questi tratti culturali: ormai diffusa in tutto il mondo, viene realizzata nei modi più bizzarri ed incongrui (almeno dal mio italocentrico punto di vista) e trova, nella Bearnaise-pizza, la sua compiuta realizzazione tipicamente svedese.

Quale di questi tre modelli di globalizzazione sia quello che ritenete più adeguato e quale che sia la vostra opinione sul mantenimento della diversità culturale, la Bearnaise-pizza é finalmente la prova che la globalizzazione é malvagia, bislacca, e fondamentalmente indigesta.

Comunque, insieme al solito J.L. (che ringrazio anche per le foto caravaggesche) e ad un drappello di volontari membri del CEK, mi sono recato alla pizzeria “Formaggio” [sic], scelta poiché veniva recensita come la pizzeria in città dove mangiare “la vera pizza dei sobborghi”. Infatti, è certamente possibile a Stoccolma trovare pizzerie più raffinate, dove vi servirebbero una pizza più o meno simile a quelle italiane. Ma, per una pizza davvero svedese bisogna cercare con più attenzione, a meno che non si abbia l’opinabile fortuna di vivere in provincia.

La prima cosa che caratterizza una pizzeria svedese è la pizzasallad. Si tratta di cavolo tagliato sottile e condito con olio, aceto, sale e pepe nero macinato grossolanamente, che si trova di solito in una grande insalatiera in un angolo della pizzeria. Non dovete ordinarla: se mangiate una pizza è naturale che prima vi servirete da soli, a volontà, di questa delizia. E’ curioso come gli svedesi associno pizza e pizzasallad in modo indissolubile e si stupiscano di come un italiano – che di pizza ne dovrebbe sapere – non ne abbia mai sentito parlare. La notizia che, nelle pizzerie italiane, nessuno abbia la minima idea di cosa sia la pizzasallad crea in genere sgomento che sfocia in sincero dolore. Tuttavia basta una qualche ricerca per scoprire che la pizzasallad è diffusa solo in Svezia, ha un anno di nascita – relativamente recente, il 1969 – e persino un inventore, il quasi-leggendario Giuseppe “Peppino” Sperandio, ossia l’uomo che è unanimemente riconosciuto come colui che, con la pizzeria “Piazza Opera” a Stoccolma, ha per primo diffuso la pizza in Svezia. Perchè un italiano abbia poi inventato la pizzasallad invece di friggere dei fiori di zucca sarà materiale per ulteriori ricerche di “cucina svedese per italiani”.

Superato questo scoglio è arrivato il momento della pizza tipica svedese. A volte, mi dicono, denominata Grandiosa (nel mio caso: La Favorita), comprende obbligatoriamente, oltre a pomodoro e simil-mozzarella, carne (nel mio caso: filetto di maiale marinato) e salsa bernese. Da “Formaggio” aggiungevano anche cipolla e degli sporadici funghi dall’aspetto poco rassicurante. La salsa bernese mi è stata servita a parte, e come si vede dalla foto qui sotto, ne ho purtroppo abbondantemente cosparso la mia pizza.

Non che mi aspettassi di gustare una vetta della cucina fusion (la mia previsione era qualcosa di simile al cibo di McDonald, cattivo, ma in un certo perverso senso appagante, almeno per il primo minuto), ma l’insieme – tenendo conto che la pasta della pizza era tutto sommato decente – virava verso il disgustoso. L’annacquato tazzone di caffè zuccherato che ho bevuto alla fine della cena mi è sembrato buonissimo.

J.L. ha portato alla mia attenzione un articolo che parla del lavoro di Håkan Jönsson, etnologo all’università di Lund, nel sud della Svezia. Secondo Jönsson, con la chiusura della maggior parte dei negozi e dei ristoranti locali, le pizzerie sono rimaste, nelle aree rurali e nelle piazze suburbane, l’unico luogo pubblico di ritrovo e di socializzazione. Gestite di solito, almeno così mi dicono, da immigrati dalla ex-Yugoslavia, sono divenute un’istituzione tipicamente – e genuinamente – svedese, dove ci si può fare un’immagine diversa rispetto a quella della Svezia da cartolina a cui siamo abituati (e dove potreste addirittura scambiare due chiacchere con gli altri commensali, come è successo a noi). Se vi dovesse capitare di passare da queste parti, potrebbe essere un’idea. E se vedete Marc Augé, fateglielo sapere.


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